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Risanamento del territorio: i progetti di successo prevedono la riqualificazione delle aree

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L’importanza di pensare e progettare le bonifiche, e i relativi bandi di gara, fino ad includere quelle fasi essenziali per una piena fruizione e valorizzazione delle aree recuperate

Non sempre le stazioni appaltanti che hanno la regia delle bonifiche di un sito degradato considerano anche le fasi di riqualificazione necessarie per lasciare alla comunità uno spazio non solo non più problematico (o meno problematico) dal punto di vista dei fattori inquinanti, ma anche fruibile, piacevole, potenzialmente valorizzabile del punto di vista economico. Non sempre una discarica bonificata diventa sempre un parco, un giardino attrezzato o un bosco – per fare solo un esempio di mancata programmazione.

Proprio su questa tematica ha puntato i riflettori, qualche settimane fa durante la nona edizione della fiera MyPlant & Garden, l’incontro “Bonifiche e sistemazione a verde”, organizzato da ASSO.IMPRE.DI.A., l’Associazione nazionale Imprese per la Difesa e la tutela Ambientale che raccoglie le aziende che rappresentano più dell’80% dei lavori pubblici nel settore della manutenzione e realizzazione del verde urbano ed extraurbano. Ne parliamo col direttore generale dell’associazione.

Alberto Patruno, ci racconti il motivo di questo incontro

Da anni cerchiamo di evidenziare che spesso si avviano interventi di bonifica, anche molto importanti, senza avere una visione più ampia, senza una programmazione che guardi alla destinazione futura d’uso dell’area risanata. Quello che ripetiamo da anni è che tutto questo deve essere previsto da quando nasce il bando: sia dal punto di vista progettuale che pe quanto riguarda il finanziamento del progetto che deve includere anche la sistemazione dell’area recuperata. Perciò l’obiettivo del convegno a MyPlant & Garden è stato far confrontare gli attori del settore – istituzioni, enti, associazioni, professionisti e imprese – tutti i protagonisti interessati, a diverso titolo, a questo tipo di interventi, con lo scopo di migliorare la programmazione, la progettazione e utilizzare al meglio i fondi disponibili.

Un’altra sfida è quella di prevedere anche la manutenzione di queste aree: spesso si realizzano opere ma poi non c’è un programma di manutenzione e chi ne paga le conseguenze sono i cittadini e i comuni che hanno sempre meno risorse per gestire quelle opere: per carenze sia dal punto di vista economico che di risorse umane, di energie umane e professionali.

La legge non considera questa previsione di sistemazione a verde?

Alberto Patruno: No. Non c’è una previsione per legge che obbliga chi prepara il bando di gara. Infatti, questo è quello che spesso manca. Ci si confronta (e scontra) con stazioni appaltanti che devono prevedere e progettare la bonifica dei nostri territori ma che, come accennavo prima, spesso hanno carenza di risorse umane e professionalità, manca il background o la competenza per immaginare e progettare anche l’uso futuro del sito.

Purtroppo, oggi è una cosa che capita spesso. Il tema, attualissimo, di una migliore programmazione e progettazione delle aree da bonificare, così come ieri la stagione degli annunci di migliaia, addirittura miliardi, di alberi da piantare, evidenziano che è sempre più importante e fondamentale coinvolgere tutti gli attori del settore: dal vivaio che pianta e fa crescere gli alberi, ad esempio, alle imprese che poi sono incaricate di metterli a dimora nelle nostre città, ai comuni che poi devono fare la manutenzione.

In base alla sua esperienza, quanta parte delle bonifiche resta, grosso modo, senza una sistemazione a verde?

Alberto Patruno: Penso che siamo attorno tra il 40% e il 50%. Ricordiamo che sostenere queste iniziative significa lavorare insieme a favore del territorio e della cittadinanza. Ho partecipato mesi fa, per esempio, all’inaugurazione di una importante bonifica delle ex cave di carbone nel grossetano, con Confindustria Cisambiente: quelle aree sono state restituite ai cittadini come un bosco fruibile con potenzialità economiche legate al turismo e alle attività ricreative. Per guidare le amministrazioni in questo percorso virtuoso, il Ministero dell’Ambiente, le Regioni, e tutta la pubblica amministrazione, secondo me, dovrebbero fornire delle linee guida per aiutare le amministrazioni locali nel programmare e capire anche come mettere a reddito queste aree. Perché, soprattutto dopo il Covid, i cittadini sono sempre più alla ricerca di natura e di spazi verdi.

Patruno ha parlato di competenze e professionalità che in molti casi mancano. Quali sono queste competenze?

Alberto Patruno: Basta guardare un telegiornale o seguire una trasmissione per capire che oramai abbiamo carenze di risorse umane nella pubblica amministrazione, o un non adeguato ricambio generazionali, partendo dai Ministeri a scendere fino a piccoli comuni (ben più di 7.000 in Italia). Per esperienza diretta la difficoltà che mi viene quotidianamente raccontata dai direttori e dai dirigenti dei diversi ministeri, che frequentiamo come Associazione, è la difficoltà cronica e la carenza di architetti del paesaggio, di geologi, e ancora di più di agronomi e forestali nei propri uffici.

Sono queste le figure che possono permettere, all’interno di una stazione appaltante, di un ente locale e non solo, di essere più completi nella redazione e preparazione di un bando e del progetto. Ma purtroppo anche in comuni importanti come Milano, Roma, Napoli il numero di queste professionalità, come gli agronomi e i forestali, sono spesso al di sotto delle 10 unità.

A questo si associa l’altra difficoltà, un problema di visione legato alle figure professionali da utilizzare negli uffici degli enti locali: si pensa che alcune di queste debbano essere assegnate solo al tradizionale “Ufficio parchi e giardini” del comune. Noi invece riteniamo che la progettazione e la tutela dell’ambiente e del paesaggio passa dalla presenza di queste professionalità in tutti gli uffici, dall’ufficio urbanistica all’edilizia pubblica e privata a quello per il contrasto dell’abusivismo. Pertanto, i comuni e tutti gli enti locali dovrebbero prevedere nuovi concorsi pubblici per le assunzioni di queste figure.

Se poi è vero che la carenza di risorse umane è trasversalmente diffusa, nel nostro settore è stata sempre più accentuata: infatti quando non c’erano le risorse il verde era sempre un intervento o una previsione residuale, ma oggi questo alibi non c’è, perché le risorse, vedi quelle del PNRR, ci sono: resta la carenza di persone e il fatto che spesso, quando le persone ci sono, non sono aggiornate e adeguatamente formate.

Il mondo della formazione in Italia è in grado oggi di fornire tutte le professionalità di cui ci sarebbe bisogno?

Alberto Patruno: Sulla carta penso di sì, le professionalità ci sono. Nel concreto la questione è più complessa. Perché c’è sempre un gap nella formazione tra l’aspetto didattico e il reale lavoro che la nuova forza lavoro (come gli operai, consulenti e professionisti) dovrebbe svolgere. Il problema è confrontarsi con il mondo imprenditoriale – cosa spesso annunciata ma poco realizzata – per un incontro reale tra domanda e offerta di lavoro sia nel pubblico che nel privato.

Le faccio un esempio che ci riguarda da vicino. Con l’Università di Perugia abbiamo anni fa istituito e realizzato un master di primo livello in “Management delle opere per la tutela ambientale e del verde”. I 18 studenti che hanno seguito il master sono stati tutti chiamati a lavorare in aziende pubbliche e private: perché abbiamo creato una figura che mancava. Ora ci stiamo preparando per farne una nuova edizione, di secondo livello, con l’Università di Messina. Abbiamo verificato che c’è un grande bisogno di interazione con gli istituti di formazione.

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